L’illustrissimo Signor Roberto Maroni, Ministro degli Affari Interni della nostra Repubblica, ha chiosato, ostentando un’ironica nonchalance, le parole di critica per la recente approvazione della cosiddetta “Legge per la Sicurezza”, espresse da un altro illustrissimo signore, anzi Monsignore, Agostino Marchetto Arcivescovo della Chiesa Cattolica Italiana nonché Segretario del Pontificio Consiglio per la Pastorale dei “migranti”.
Il Ministro bolla come “solita liturgia ” le parole del Monsignore Arcivescovo, lasciando chiarissimamente intendere che, delle critiche del pio pastore d’anime, se ne straimpippa alla grande.
Se bene non ha fatto il reverendissimo Monsignore a incicciarsi in questo modo degli affari interni dello Stato Italiano il cui territorio da qualche anno -conviene ricordarlo a chi fosse un po’ distratto- è stato unificato, e non certo per iniziativa dello Stato Pontificio che ne aveva governato buona parte senza godere di grandissima popolarità, in un Regno d’Italia prima e consolidato poi in una Repubblica laica ed indipendente, “fondata sul lavoro” e non su una scuola di pensiero o altro, neppure l’onorevolissimo Ministro ha scelto di offrire il meglio di sé nel rispondere in quel modo.
Quello che dovrebbe essere stato, e l’occasione c’era, e preziosa, un confronto di opinioni aperto e franco, civile e schietto fra due personalità altamente rappresentative dello Stato e della Chiesa italiani su un tema così importante, soprattutto oggi, è stato ridotto a baruffa da osteria, bisticcio fra comari, stizzito e striminzito botta e risposta da pettegoli di quartierucolo di periferia.
Ma fu occasione persa o acchiappata al volo?
Confesso, di fronte a questo spettacolo, di aver come la sensazione che le cose siano andate in questo modo non per sbaglio, o a causa di un involontario “scivolone”.
Non riesco, infatti, a scacciare il maligno sospetto che si voglia evitare da tutte le parti di discutere in modo serio su questo tema, e che si preferisca, invece, andare avanti alla carlona, berciando, ringhiando, sbraitando, sgignazzando e, talora, quando ce ne sia occasione o natural bisogno, anche ragliando, per soddisfare, da una parte, un certo “prurito di udire” che sa tanto di sacrestia, e per strizzar l’occhio, dall’altra, ai non pochi facinorosi alcuni dei quali mostrano senza alcuna vergogna di rimpiangere il vecchio stile, quello all’olio di ricino e al manganello, per intenderci.
Si provoca e si risponde alle provocazioni -non prima di aver bene accordato pifferi e tromboni- in modo talmente sguaiato e saccente, ricorrendo a toni catastrofistici da una parte e vagamente “mussoliniani” dall’altra, che -viste le parti in causa e la frequenza del ripetersi- pare impossibile che un episodio del genere sia accaduto per disgrazia o per un improvviso colpo di testa.
Insomma, un bel teatrino e nulla più, tanto per accontentare una platea di bocca buona che reclama il mitico romanesco “aho, facce ride!” del pubblico d’avanspettacolo dei teatri Volturno e Ambra Jovinelli ai tempi di Totò.
A strappare l’applauso finale ci si è messo anche Sua Beatitudine il Patriarca-Guru fondatore della mistica new age padana, il Gran Capo in persona Umberto Bossi, che nell’ultima apparizione presso Arcore, ormai luogo santo, nuova Mecca della nova fides, ha rivelato alla folla di pellegrini in delirio questa inaudita, straordinaria, sconvolgente verità: “in Vaticano è vietato far entrare i clandestini”! Incredibile. Finalmente il Raïs di tutte le Padanie, il mistico, anche se non proprio ascetico, Profeta delle genti lombarde e viciniore ha aperto gli occhi al suo popolo. Non aspettavamo altro.
Se da parte del pio Monsignore e del baldanzoso Ministro (lasciamo stare la raffinata uscita del senatur, troppo profonda e ricca di sfumature filosofico-politiche per noi) fosse partito un confronto civile, all’insegna del rispetto reciproco e del rigore logico, avremmo avuto tutti occasione di assistere ad una bella lezione di democrazia.
Eh già: la democrazia. Quasi quasi ci stiamo dimenticando di averne ricevuta una in custodia. Oltretutto è anche una bella parola, di nobili origini, dal greco antico “demos” che vuol dire “popolo” e “cratìa” che vuol dire “forza” o “potere”. Chissà come suonerebbe in lingua padana. In latino ecclesiastico ha sempre suonato maluccio. L’aggettivo “cristiana”, infine, che le fu affibbiato molto tardivamente, nella seconda metà del secolo scorso, sembra non essere stato di grande auspicio né per la democrazia stessa, né per il cristianesimo italiani: dopo una quarantina d’anni di matrimonio non sempre felicissimo, durante il quale è successo d’ogni cosa un po’ (relazioni adulterine da entrambe le parti, figli legittimi e figli naturali sparsi un po’ dappertutto, patrimoni di famiglia dilapidati) è finito tutto con un divorzio peggiore del matrimonio: ognuno per la sua strada, figli e fratellastri che si guardano in cagnesco e gli ormai ex coniugi che, se per caso si incrociano per via, duran fatica persino a far finta di salutarsi. Anche i vecchi amici, in occasione di feste, ricorrenze, cene e ritrovi, devono fare attenzione: o inviti l’uno o inviti l’altra.
Che sia, anche questo, uno dei motivi per i quali queste parole, il sostantivo democrazia e l’aggettivo cristiano, sembrano esser cadute tanto in disgrazia?