Napoli, inizio del terzo millennio dell’era cristiana. Quattro gangster della camorra sparano all’impazzata e colpiscono un uomo, Petru Birladeandu. L’uomo dopo qualche passo, cade e l’ultime cose che vede nella sua vita sono il volto disperato della moglie e l’indifferenza della gente che si allontana facendo finta di non aver visto nulla.
Era un rumeno, uno dei tanti, arrivato anche lui in Italia spinto forse dalla disperazione. In cuore aveva la speranza, nelle dita e nell’anima aveva la musica, in tasca neanche un soldo: tirava a campare suonando la fisarmonica all’ingresso della metropolitana. Non aveva fatto del male a nessuno. L’hanno fatto stecchito “per sbaglio”.
Non esistono parole per descrivere lo sgomento che si prova di fronte a un fatto del genere. Sgomento per il persistere d’una forma di criminalità organizzata di fronte alla quale lo stato appare del tutto impotente a porre un freno, ad imporre, anche con la forza, un minimo di legalità in un territorio che non vuol saperne di emanciparsi dal giogo della barbarie.
E sgomento per l’assoluto e totale menefreghismo di persone le quali, di fronte a una tragedia, dimostrano di essersi ormai completamente assuefatte a questo clima. Un clima fetido, asfissiante, molto più disgustoso di quelle montagne di rifiuti che abbiamo visto nelle strade di quella stessa città, quasi a voler simboleggiare il marciume che l’ha avvelenata, portandola ad essere, oggi, quello che è: una città dove comanda la camorra e dalla quale chi ha il coraggio, o solo l’intenzione, di denunciare angherie e soprusi, deve scappare lontano se non vuol rischiare di rimetterci la pelle.
In queste condizioni nessuna libertà democratica è garantita, e ogni espressione di vita sociale che si presti ad essere sfruttata, srumentalizzata a favore di chi “comanda” sul serio, cade in possesso di mani sporche, lercie e insanguinate. Ma l’aspetto più terribile di tutta questa storia rimane l’indifferenza delle persone “normali”, della gente comune, “perbene”, la loro assuefazione ad una realtà così orrenda.
Un’assuefazione che “normalizza”, legalizzandolo di fatto, il crimine.
Come ha detto qualcuno, a Napoli non è morto un uomo, è morto l’Uomo.
Se lo Stato, usando la forza, potrà forse, un giorno, arrivare a ridurre ai minimi termini queste bande di malviventi, difficilmente riuscirà mai a ricostruire negli uomini e nelle donne quella coscienza morale che abbiamo visto agonizzante all’ingresso della metropolitana.
Anche qella coscienza è morta ma, differenza del signor Petru Birladeandu morto ammazzato sotto i colpi della camorra, lo ha fatto senza dignità, suicidandosi con il lasciarsi andare.
Riposa in pace, fratello Petru.
Dove sei adesso troverai chi sa ascoltare la tua musica senza scaricarti addosso un revolver.
Continua a suonare per noi: qui si sentono solo rumori o silenzi agghiaccianti.
(Giacomo Fiaschi)