Finalmente siamo agli sgoccioli. Fra una settimana sapremo, finalmente, quali sono le medicine che dovremo prendere per i prossimi cinque anni. Il male è lo stesso, ma non sappiamo ancora se attaccherà il cuore o il cervello. Staremo a vedere. Intanto una cosa è sicura e, tutto sommato, meno sconfortante di quel che potremmo temere: non si tratta d’una malattia mortale. Neanche quando, in passato e per così tanto tempo, ha attaccato tutti e due gli organi vitali è riuscita a farci secchi.
Per sessant’anni, in una sorta di mostruosa simbiosi mutualistica che vedeva la destra-attinia trasportata a zonzo dalla sinistra-paguro, il cuore e il cervello di Prato sono stati continuamente attaccati. Eppure Prato, o di trotto o di rimbalzo, l’ha sempre spuntata, ha sempre trovato il verso di scrollarsi di dosso il fardello d’un’amministrazione solo apparentemente di sinistra che, in realtà, sdoganava di continuo scelte che sarebbe poco definir di destra, imponendo una singolare forma di dittatura.
Per un tacito e mai palesato – e perciò stesso fortissimo – accordo, le due anime della città avevano stabilito una regola del gioco secondo la quale alla sinistra veniva offerto il comodato a vita di Palazzo Petorio e alla destra il libero accesso alla stanza dei bottoni. Tutto è filato liscio sino a quando il Partito Comunista, dopo una lunga e dolorosissima metamorfosi, si è rimescolato, imparentandosi strettamente, con quel che restava della Democrazia Cristiana: un evento che, a chi lo avesse predetto qualche anno addietro, avrebbe garantito la patente di folle visionario.
Se nel resto d’Italia questo fatto ha creato qua e là confusione, imbarazzo e un po’ di sconcerto, a Prato (e da qualche altra parte) è stato un terremoto, una catastrofe, un uragano, un vero cataclisma che ha sconvolto tutti, azzerando le regole del gioco e spezzando il patto di titanio. E, come ogni sciagura, ha fatto sprofondare nell’angoscia e nel dolore più cupi innumerevoli orfani e vedove.
Privati brutalmente di quel sistema politico “babbo-mamma”, che una simbiosi mutualistica durata sessant’anni aveva trasformato in un singolarissimo ermafrodita, di cui la bonaria pinguedine riusciva a celare la mostruosità, gli orfanelli e le vedove di destra e di sinistra sono rimasti lì, sbigottiti, desolati e affranti, costretti per la prima volta a muoversi, l’un contro l’altro armati, in una competizione che li ha, finalmente, costretti ad accettare le crudeli leggi della democrazia, dalle quali eran sempre riusciti a sgattaiolare per sessant’anni.
Intere generazioni di politici avevano goduto di questo straordinario privilegio che aveva garantito a tutti un posto al sole e una pax socialis talmente stabile che aveva finito per assomigliare ad una requies aeterna.
Ora, dopo una campagna elettorale nervosa, stanca e pasticciata, si muovono, con passo incerto e malfermo, verso un ballottaggio che li vede sempre più nervosi e imbizziti, dentro e fuori casa, sempre più sguaiati e confusi, ormai in preda al panico totale. Del resto, bisogna avere pur un po’ di comprensione verso coloro che, per un sessantennio, erano avvezzi a muoversi in un ambiente dal quale sono stati sfrattati in modo così repentino. Un ambiente nel quale ormai erano diventati abilissimi a muoversi da ogni parte, con la stessa disinvoltura con la quale la trota si muove nel torrente.
O, se preferite, come l’anguilla nella mota.